Spesso chi si occupa di tematiche “misteriose” si sente porre la seguente domanda: “secondo te qual è il mistero più grande che ci circonda?”. Se non si vuole entrare in ambiti filosofici, la risposta a mio giudizio è senza dubbio “i casi Missing 411”, vale a dire i casi di sparizioni totalmente inspiegabili, accomunati da specificità che portano a inquadrare l’evento all’interno di una tipologia ben definita nei quali non si riesce a capire chi o cosa sia stato responsabile della scomparsa.

Il primo ad aver notato la presenza di elementi ricorrenti è stato lo studioso statunitense David Paulides, ex membro della polizia di San Jose in California.

Per consentire al lettore di comprendere fin da subito quali siano questi elementi e di individuarli nell’esposizione dei singoli casi, procediamo a un sintetico elenco.

1) I cani molecolari dei team di ricerca non riescono a trovare alcuna traccia olfattiva.

2) Le vittime vengono ritrovate in un’area che era stata precedentemente esaminata con accuratezza da team di ricerca che hanno setacciato il terreno passo passo.

3) Mancanza di vestiti o di scarpe senza una ragione apparente

4) Perdita di memoria. Sono rari i casi in cui le persone vengano ritrovate, così come sono ancora più rare le volte in cui vengano ritrovate vive. In questi casi, la gran maggioranza non ricorda come si sia persa e che cosa sia accaduto durante le ore o i giorni in cui era sparita.

5) Gli scomparsi vengono spesso ritrovati nelle vicinanze di corsi d’acqua/stagni/laghi.

6) Malfunzionamento di bussole e di altro equipaggiamento, come succede in vari casi di matrice ufologica

7) Distanza percorsa. Nei casi in cui le persone scomparse vengano ritrovate, spesso emerge come elemento di forte sorpresa l’inusitata distanza percorsa dai soggetti, specialmente se bambini.

8) Zone “calde”. Le si possono definire “zone calde”, oppure “raggruppamenti”: con questa definizione si intende indicare come vi siano aree ben precise in cui i tassi di scomparsa aumentano in maniera impressionante. Lo studioso David Paulides ha realizzato una vera e propria mappa degli Stati Uniti in cui ha evidenziato l’esistenza di queste aree ed esse risaltano in maniera lampante.

9) Riferimenti anomali nella toponomastica. Un alto numero di persone scompare in zone che la toponomastica ha caratterizzato in una precisa maniera negativa, quasi che queste aree fossero storicamente conosciute come luoghi in cui era meglio che i viandanti non si avventurassero, pena l’alta probabilità di non tornare più: ponte del diavolo, montagna delle streghe, Devil’s Peak, Devil’s Den, Satan Hill, ecc., tutte connotazioni che rimandano a voci antiche su cosa avvenisse in quelle specifiche zone.

Esaminiamo alcuni casi tipici per capire in dettaglio le caratteristiche dei casi Missing 411.

Michelle Vanek, 2005, Eagle County, Colorado

Michelle Vanek

Michelle Vanek era una donna trentacinquenne sposata, atleta di triathlon in perfette condizioni fisiche.

Nel 2005 un suo amico, Eric Sawyer, era giunto a scalare 35 delle 53 montagne del Colorado di altitudine superiore ai 4.000 metri, tra i quali mancava però l’Holy Cross Mount, alla cui scalata Michelle teneva molto, al punto da avergli chiesto di comunicarle quando volesse scalarlo in modo che anche lei potesse unirsi nell’impresa.

Il 24 settembre i due partirono per la scalata. Entrambi in ottima forma, adusi alle gite montane tecniche, con abbondanti scorte di cibo e d’acqua.

Durante l’ascesa Michelle stava sempre a una ventina di metri dietro Eric. A circa un chilometro dalla cima, Michelle disse a Eric che non ce la faceva a continuare: era stanca, senz’acqua e voleva riposarsi un po’. Eric le propose di tornare insieme all’automobile, ma Michelle rifiutò e gli disse di proseguire lui, indicandogli dove si sarebbero dovuti rivedere dopo.

Erano le 13,30. Eric giunse in cima alle 13,42. C’erano altre persone in cima che scattavano foto e firmavano il registro di coloro che avevano scalato la montagna. Eric stesso scattò alcune foto e si fece fotografare. Chiamò sua moglie e le disse che doveva sbrigarsi per andare a ricongiungersi con Michelle.

Tempo pochi minuti ed Eric era nel punto in cui aveva concordato con Michelle di trovarsi. La donna non c’era. Eric cercò nei dintorni, provò l’imbocco di alcuni sentieri che si dipartivano nelle vicinanze ma non la vide. Incontrando persone che salivano, chiese loro se avessero visto la donna. Nessuno aveva notato Michelle scendere dai sentieri.

Eric continuò allora a dirigersi verso l’automobile e, non vedendola, contattò le autorità.

La ricerca che venne messa in moto per trovare Michelle Vanek è celebre in Colorado per essere stata la più estesa di tutti i tempi. Il team di Vail fu il primo a mettersi in azione, con 700 persone sul campo per cercare la giovane donna. Il team perlustrò la zona palmo a palmo, cercando anche in pertugi dove nemmeno un bambino si sarebbe potuto nascondere.

Tim Cochrane, direttore del team di ricerca di Vail, in un’intervista per il Vail News del primo ottobre dichiarò che “è proprio un mistero dove sia Michelle. È la cosa che più mi sorprende. Abbiamo messo in azione cinque cani da ricerca ma non hanno trovato nulla”.

Venne intervistato il marito, in un’ottica di potenziale sospetto verso Eric Sawyer, ma questi diradò ogni dubbio, dichiarando che Eric era un amico di lunga data e che non avrebbe mai fatto nulla che potesse mettere in pericolo Michelle.

Dov’era scomparsa la donna? Cosa le era successo?

Alcuni testimoni dissero che il 24 settembre avevano visto una figura nei pressi della sommità che poteva essere Michelle. Che cosa intendevano di preciso con l’utilizzo del termine “figura”? Era davvero Michelle?

Il caso rimane insoluto, a dispetto degli ingenti mezzi messi in campo. Non fu trovato nemmeno il cadavere, i bastoncini da camminata, l’equipaggiamento di Michelle: scomparsa dalla faccia della terra.

James McGrogan, 2014, Vail, Colorado

James McGrogan

James McGrogan era nato nel 1974 a Valparaiso, nell’Indiana.

A inizio marzo 2013 aveva pianificato una gita in Colorado con alcuni amici per fare sci di fondo a Vail.

Il 13 marzo James era andato a Denver in un negozio di sci per affittare vario materiale ed equipaggiamento.

Il 14 marzo 2014 James e i suoi amici iniziarono una scalata sopra Vail, sul lato nord della Highway 90. Alle 10 di mattina il gruppo si fermò per riposare. James, sentendosi per nulla stanco, disse che avrebbe continuato a camminare e si sarebbero visti più avanti, malgrado sua moglie non fosse d’accordo con questa scelta.

Il gruppo riprese le energie e, dopo un po’, riprese la marcia, giungendo alla fermata successiva concordata. James non era lì ad attendere i suoi amici. Costoro continuarono verso la tappa successiva, ma di James neanche l’ombra. Alle 17, un membro del gruppo si allontanò per contattare le autorità.

Le ricerche iniziarono subito, lo sceriffo di contea strutturò in maniera impeccabile il tutto, con l’utilizzo di tre elicotteri e vari team a terra e cani molecolari, i quali non trovarono tracce da seguire.

Gli investigatori erano molto stupiti in merito a cosa fosse potuto accadere. James aveva un gps e un cellulare che in quelle zone prendeva segnale, per cui non poteva essersi perso. Aveva anche una batteria di riserva, per cui il cellulare sarebbe stato in ogni caso funzionante per molte ore.

Una forte nevicata nei giorni successivi rallentò le ricerche, che terminarono poi dopo una settimana.

Il 3 aprile alle 13,53 la polizia di Vail ricevette una chiamata da un certo Carl Cocciarella che disse che lui e due suoi amici avevano trovato un cadavere su un sentiero sopra Vail.

Sceriffo e coroner andarono subito sul posto: il cadavere aveva dei leggings neri e una camicia blu scuro, senza stivali, con solo calze nero-grigie. In testa un casco danneggiato. Il cranio presentava un trauma evidente e il corpo mostrava la probabile rottura del femore destro e ferite al petto sul lato destro.

Si trattava proprio di James McGrogan, indosso aveva il cellulare, la batteria di riserva e il gps funzionante.

Il corpo si trovava nella Eagle Nest Wilderness, a circa 3000 metri di altitudine. Rispetto al punto in cui aveva lasciato i suoi amici, doveva aver compiuto un’ascesa di 500 metri di dislivello per giungere su una cima, dalla quale ridiscendere, superare il Middle Creek e nuovamente risalire un dislivello di 400 metri per poi salire ulteriormente sulla Bald Mountain a quasi 3500 metri e da lì cadere sotto, per un totale di circa 16 chilometri di marcia. Non fosse che, rispetto al punto in cui fu trovato, non si vedevano cime da cui cadere direttamente e, come se non bastasse, quell’area era già stata oggetto di ricerche da vari team. Da cosa era caduto?

Come accennato prima, la moglie sconsigliò di separarsi da loro durante la salita, ma James continuò per il sentiero, rassicurandola che, in caso di pericolo, avrebbe costruito un riparo in cui sistemarsi per la notte. James aveva seguito vari corsi, compreso uno per le situazioni estreme da valanga e altri orientati alla sopravvivenza all’aperto.

Cosa è successo a James?

Sparizioni in Italia

Una considerazione che spesso viene mossa è quella secondo cui queste sparizioni accadrebbero solo in America. Ciò non corrisponde affatto a verità ma, semmai, rappresenta la cartina di tornasole del fatto che raramente nel nostro paese certi casi vengono esaminati nell’ottica Missing 411.

– Enrico Caldari e il passo delle Streghe

Il primo caso che si va a esaminare concerne la scomparsa e la morte di uno scrittore e motivatore quarantaduenne originario di Gradara che viveva da anni a San Marino, Enrico Caldari.

Enrico Caldari, co-fondatore di Q Institute, l’istituto fondato con Marco Fincati nel 2013 “per diffondere conoscenze e tecniche per rendersi indipendenti e felici”.

L’uomo era spesso in viaggio per lavoro in Italia e all’estero, ragion per cui i suoi familiari non diedero subito troppa importanza al fatto di non averne notizia da due settimane, il novembre del 2018. Al passare dei giorni senza che Enrico desse notizie di sé, i genitori sporsero denuncia, il che diede subito il via alle ricerche.

Il cadavere fu ritrovato in avanzato stato di composizione ai margini di un sentiero sotto una rupe ai piedi del Passo delle Streghe a San Marino.

Proprio il nome non poteva non attrarre l’attenzione poiché, come specificato in apertura, elemento tipico di questi casi è rappresentato spesso dal fatto che il nome del luogo della sparizione o del ritrovamento di un cadavere portasse in sé l’eco di sinistri ricordi che affondano le proprie radici nel lontano passato in cui fu dato un nome al luogo stesso.

Non solo. Un altro aspetto che induce a considerare questo caso nell’ottica della casistica tipica dei casi Missing 411 è rappresentato dalla difficoltà della scientifica e dell’anatomopatologo nel fornire una risposta in merito alla possibile causa di morte.

Si è ventilata l’ipotesi del suicidio, ma chi conosceva Enrico ha escluso fortemente questa evenienza.

A oggi non è nota la causa di morte e occorre inoltre fare menzione dei temi trattati da Enrico Caldari: banche, signoraggio, truffe dei grandi potentati economici, tutte materie la cui divulgazione non può che portare a “farti molti nemici”, per cui non si può in ogni caso escludere l’ipotesi omicidio.

– Mattia Mingarelli in Valmalenco

7 dicembre 2018, Mattia Mingarelli, trentenne agente di commercio di Albavilla, viene dichiarato scomparso. Si trovava da giorni in una baita affittata in località Barchi, a Chiesa in Valmalenco, località celebre per la frequenza non solo di avvistamenti ufologici ma anche di presunti contatti con creature non umane.

Mattia Mingarelli

Subito sono partite le ricerche con droni, cani molecolari, elicotteri e decine di persone.

Gli inquirenti dichiarano di non escludere alcuna ipotesi, poi il cadavere viene ritrovato giorni dopo a poche centinaia di metri proprio dalla baita dove Mattia era in affitto. Il rifugio vicino viene messo sotto sequestro e viene interrogato il proprietario, ma non si giunge a nulla di certo.

Mattia potrebbe essere caduto nell’area scoscesa vicina alle piste da sci, ma non si capisce perché avrebbe dovuto trovarsi lì da solo a tarda serata senza cellulare né torcia e senza la compagnia dell’inseparabile cane Dante, il cui guinzaglio fu ritrovato nella neve.

Esterrefatti i familiari, i quali non capirono cosa potesse essere realmente accaduto.

Il gestore del rifugio Barchi, Giorgio Del Zoppo, è stato intervistato anche dalla celebre trasmissione “Chi l’ha visto?”. Questi ha raccontato che verso l’una e trenta della notte in cui Mattia scomparve vide entrare il proprio cane e il cane di Mattia, Dante, nella sua stanza. Il signor Del Zoppo, a questo punto, senza pensare troppo a quanto stesse accadendo, fece uscire Dante senza problemi, per poi ritrovare, però, del vomito la mattina presto all’ingresso della baita. A pochi passi ritrovò il cellulare di Mattia, cui Del Zoppo inserì la propria sim per vedere se funzionasse. Alcune ore dopo, sul cellulare, Del Zoppo lesse un messaggio del padre di Mattia, preoccupato. Fu a questo punto che Del Zoppo spiegò al padre di avere il cellulare del figlio e di non averlo ancora trovato per restituirglielo.

Cosa era accaduto quella notte? Di chi era il vomito? Mattia è stato ucciso? Da chi?

Un elemento anomalo è rappresentato dal fatto che l’uomo prese un sentiero estremamente impervio che costeggia i piloni della seggiovia anziché l’ampia pista che porta a valle. Non solo: perché allontanarsi senza accorgersi di aver dimenticato il cellulare?

Per non parlare della scarpa trovata a 20 metri di distanza dal cadavere, elemento che ci rimanda a forza ai casi visti in precedenza in cui spesso è accaduto di trovare una scarpa a una certa distanza dal corpo del malcapitato di turno.

Intervistato dalla trasmissione di Rete4 “Quarto Grado”, il signor Del Zoppo ha dichiarato che a suo giudizio si è trattato di una morte accidentale.

– Iushra Gazi

19 luglio 2018, Serle, provincia di Brescia. Iushra Gazi, ragazzina undicenne affetta da autismo in gita con la Fopab Anffas insieme a 14 disabili, corre nei boschi sotto gli occhi dell’operatrice Roberta Ratti che prova a inseguirla ma la perde di vista e, pertanto, torna al campo a dare l’allarme.

Iushra Gazi

Accorrono in loco la protezione civile e altri ricercatori per trovare la ragazzina.

Vengono percorsi i dintorni in lungo e in largo, con il padre di Iushra, Mohammed Liton, di origine bengalese, che setaccia per giorni la zona battendo i boschi palmo a palmo.

I ricercatori aumentarono giungendo a 1500 persone sul campo: nulla, Iushra era scomparsa dalla faccia della terra.

Il padre ha ipotizzato si sia trattato di un rapimento, dato che, se fosse morta per un incidente, sarebbe stata ritrovata.

I pm provarono a percorrere questa pista, senza risultati.

Come in altri casi, vediamo una ragazzina che si allontana dal gruppo in cui stava e, anziché venire ritrovata nel giro di poco tempo, non viene più vista malgrado il dispiego ingente di mezzi e persone nel tentativo di capire cosa sia successo.

L’ipotesi rapitore si scontra con le oggettive difficoltà di poter trovare il momento giusto per intervenire e attuare il rapimento, con tutti i rischi che ne conseguono.

Nell’ottobre 2020 il cranio della bambina è stato casualmente ritrovato da un cacciatore nei boschi di Caino, in linea d’aria a un paio di chilometri di distanza dalla zona delle ricerche. Si ipotizza che gli altri resti siano stati trasportati da animali, probabilmente cinghiali.

Proprio come negli altri casi, l’impressione che si ha è che ci sia sempre qualcuno prontissimo a cogliere l’attimo, a intervenire nel preciso momento in cui si sia aperta una finestra per rapire il soggetto. Rapitori che, è il caso di sottolinearlo, non sono mai stati trovati in nessun caso, con una percentuale di successo del 100%, il che non può far altro che rendere ancora più pregnanti i dubbi in merito alla ricostruzione di quanto accaduto.

Considerazioni conclusive

Charles Fort scrisse la celebre frase “I think we are property”, che in italiano viene resa con “penso che tutti noi si sia di proprietà altrui”. I casi esaminati non possono non far tornare alla mente proprio queste parole, come se una longa manus e un altrettanto occhio vigile scrutassero le umane vicende, pronti a carpire i malcapitati viandanti e portarli a una triste e misteriosa fine o a farli scomparire dalla faccia della terra.

David Paulides, il maggiore esperto di questi casi, è sempre stato molto cauto nel ventilare ipotesi su a chi o cosa ascrivere queste sparizioni. La sua cautela è comprensibile, in considerazione anche del fatto che, prima di occuparsi di questa casistica, egli era uno dei massimi studiosi di avvistamenti di Big Foot, tema che, in certi ambiti, può fare alzare qualche sopracciglio di scetticismo. Proprio per evitare di essere attaccato, egli si è sempre limitato a mostrare le stranezze, senza fornire la propria visione in materia.

David Paulides

A mio giudizio si possono ventilare alcune ipotesi sui “responsabili” di queste sparizioni, sta poi a ciascuno di noi scegliere l’opzione più confacente alla propria visione del mondo, nella consapevolezza che le singole ipotesi non si escludono le une con le altre e, al contrario, potrebbero anche rientrare nel medesimo quadro.

  1. Le persone vengono rapite da esseri come Big Foot/Sasquatch e portate via nelle loro tane

  2. Le persone vengono rapite da entità non ben definite e, come ritenuto da alcune tribù di Nativi Americani, vengono portate nel regno degli spiriti (i parallelismi con Fairyland delle tradizioni occidentali sono evidenti

  3. I soggetti vengono portati via da una o più razze aliene per scopi di sperimentazione

  4. I soggetti vengono predati da entità del basso astrale pronte a cogliere il momento opportuno per agire

  5. Come diceva Fort, siamo di proprietà altrui, non siamo ai vertici della catena alimentare su questo pianeta e qualcuno ci viene a prendere in spazi aperti senza essere visto

I contorni sono molto sfumati tra queste ipotesi ma, a oggi, rappresentano gli scenari più credibili, per quanto ben poco rassicuranti.

Di UMBERTO VISANI

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