Negli ultimi tempi, negli ambienti accademici, è stato messo in discussione uno dei pilastri narrativi della mitologia greca: l’Odissea. In particolare, alcuni studiosi hanno notato alcuni evidenti connotati femminili in molte parti del poema omerico come, per esempio, i dialoghi tra Ulisse e le molte donne che incontra durante il suo lungo viaggio di ritorno verso Itaca: la maga Circe, la Dea Calipso, la moglie Penelope, e in generale la rappresentazione della vita familiare dell’epoca. Inoltre, l’aspetto puramente avventuroso e carico di riflessioni morali sulla vita e sulla morte, che ben si allontanano dall’epicità bellica delle battaglie di Troia, suggerirebbe che l’Odissea non sia stata scritta dal grande Omero, ma che la sua stesura sia avvenuta secoli dopo, grazie ad una brillante nobildonna siciliana di Erice – nota città sotto il controllo della Magna Grecia – della quale però purtroppo il nome rimane sconosciuto.
Se riflettiamo su questo possiamo osservare, in effetti, che l’Iliade di Omero è infusa di un forte pathos guerriero dove sono esaltate le gesta di eroi mortali, Dèi e semidei, le loro emozioni, le loro debolezze e le loro paure. La descrizione minuziosa delle ferite e delle sofferenze fisiche subite dai protagonisti durante le battaglie poi, fa quasi pensare che Omero avesse familiarità con la medicina, o che addirittura fosse lui stesso un medico da campo. Nell’Odissea, invece, la storia è satura delle vicissitudini dell’unico protagonista: Odisseo.
L’Odissea è più un’epopea introspettiva fantastica con avventure incredibili, viaggi nell’oltretomba e imprese irte di insidie metaforiche della vita di ogni uomo, dove il “ritorno” è una evoluzione dell’essere umano che trova infine la meritata ricompensa nel focolare domestico e nell’amore eternamente fedele della propria amata. Tutto in contrasto con l’intensità drammatica dell’Iliade pervasa di urla di battaglia e strategia militare. Le scene di guerra dell’Iliade sono sostituite dalla solitaria avventura di Ulisse (il nome latino di Odisseo), che affronta improbabili creature e incontra divine bellezze che gli promettono la vita eterna. Ma l’eroe saggio rifiuterà queste offerte per tornare dalla sua amata Penelope, che lo attende nel suo palazzo.
Infine, non bisogna dimenticare che Omero conclude l’Iliade con i solenni funerali di Ettore. Pertanto, manca la morte del protagonista principale, colui che da inizio ai primi versi: Achille.
“Cantami o Diva del Pelide Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei”
Lo scrittore e grammatico greco antico Antoninus Liberalis, nelle Metamorphoseon Sunagoge, racconta una versione alternativa della storia di Ifigenia, salvata all’ultimo momento dal sacrificio voluto dal padre Agamennone per placare l’ira di Artemide, e successivamente divenuta moglie di Achille dopo la fine della guerra di Troia. Ma anche lo scrittore e geografo greco antico Pausania scrisse che Achille, una volta tornato in patria, visse una lunga e serena vita lontana da guerre in compagnia niente meno che di Elena di Troia nell’isola bianca.
È nell’Odissea che veniamo a conoscenza del destino infausto di Achille e della distruzione di Troia; cosa che di sicuro avvenne ma che alla luce di recenti studi portati avanti da autori come Felice Vinci, non si sarebbe svolta nei termini descritti nell’opera.
Inoltre, vi è una tradizione che vuole Enea, dopo la caduta di Troia, tornare a governare la sua città fino alla sua morte. Se questa versione fosse confermata, metterebbe in discussione un altro mito fondamentale della cultura occidentale: quello delle origini troiane della discendenza romana. Questa incongruenza tra le diverse versioni potrebbe essere una ragione per cui le due opere omeriche non debbano essere attribuite allo stesso autore.
Riteniamo che l’Odissea abbia avuto una versione originaria – una bozza – forse riconducibile ad Omero, ma che nel corso dei secoli abbia subìto così tante modifiche e interpolazioni che oggi è quasi impossibile determinarne con certezza l’autore autentico e il momento in cui l’opera è stata completata. A supporto di questa teoria, il viaggio di Odisseo verso Itaca presenta numerosi parallelismi con l’impresa degli Argonauti, che si svolse ai tempi di Peleo, padre di Achille.
In entrambe le storie, infatti, assistiamo ad un pericoloso viaggio per mare scatenato dall’ira di un Dio vendicativo: nell’Odissea è Poseidone a cercare vendetta per il figlio Polifemo accecato da Odisseo, mentre nelle Argonautiche è Zeus a punire l’assassinio del piccolo Aspirto, fratello di Medea. Inoltre, in entrambi i racconti compare la figura della maga Circe che usa i suoi poteri di pharmakis per purificare i protagonisti: nell’Odissea, Circe aiuta Odisseo e i suoi compagni, mentre nelle Argonautiche purifica Giasone e Medea dal crimine di infanticidio.
Le sirene incantatrici sono un altro elemento che lega le due opere. Mentre nell’Odissea è Ulisse a resistere al loro canto, nelle Argonautiche è Orfeo e la sua musica divina a farle tacere. Anche l’incontro con i mostri marini Scilla e Cariddi nello stretto di Messina appare in entrambi i racconti. Inoltre, gli Argonauti, come Odisseo, si trovano di fronte alle vacche sacre di Apollo in Sicilia, e ricevono asilo alla corte di Alcinoo.
Tutto questo, ci domandiamo, potrebbe confermare l’origine relativamente postuma dell’Odissea rispetto all’Iliade come ipotizzato poco fa e dare il merito della creazione di un’opera indubbiamente fantastica a questa geniale signora di Erice? Sarebbe tanto stravolgente quanto affascinante!
Si troverebbe comunque nella buona compagnia di Milman Parry (1902 – 1935), grecista e poeta statunitense che negli anni Trenta fondò la teoria della pura oralità nella formazione dei poemi omerici, esito complessivo di generazioni di recitazioni orali che per loro natura sono suscettibili di variazioni, interpolazioni, modifiche.
Anche se il dubbio rimane, ci guardiamo bene però dal rivoluzionare la mitologia e il pensiero greco sui quali si fonda la storia e la filosofia accademica mondiale.
O forse no.
di Paolo Filonzi
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